La Filosofia dell’orologiaio — Racconto–

Vicino a casa mia, un orologiaio in pensione ha acquistato una bella casetta, rimettendola a posto in modo perfettamente congruo con l’epoca in cui fu costruita, usando tutta la sua pazienza e la precisione tipica del suo mestiere, passione e buon gusto hanno fatto il resto.

Finito il restauro, ha cominciato ad occuparsi dell’oliveto, del bosco, e dell’orto, ma il tempo libero a disposizione per un uomo abituato a risolvere problemi meccanici dalla mattina alla sera, e’, nonostante questi compiti, sempre troppo.
E’ stato quindi normale per lui, accettare di riparare ancora orologi, che i suoi vecchi clienti, continuavano a proporgli.
Tra questi ci sono anch’io; ereditando la fiducia che in questo artigiano riponeva mio padre, ed essendo ora mia, la collezione di orologi che il mio genitore aveva raccolto nel corso della sua vita, ho preso a frequentare “La casetta del Sole” dove abita Terenzio, l’orologiaio.

Ho lasciato a lui una decina di pezzi tra meccanici, da tasca, a carica e automatici da polso, cronografi e Cartier al quarzo. I guai di questi apparecchi erano dei piu’ vari: alcuni avevano la meccanica funzionante ma non le lancette ed il vetro, altri avevano la batteria da cambiare, una sveglia “ufficialina” doveva essere regolata perché “faceva” circa dieci minuti al giorno.

Il pezzo più importante della collezione di mio padre è un orologio da tasca d’oro, lavorato, ancora nella sua scatola di radica originale. L’orologio, quando da piccolo gironzolavo sulle ginocchia di mio padre, curiosando tra le sue curiosità , era spesso oggetto della sua attenzione, se lo girava tra le dita, apriva la cassa, rimetteva le lancette all’ora giusta, osservando ogni particolare per lunghi minuti, ma ne lui ne io avevamo mai visto le lancette muoversi, ne avevamo mai avuto il piacere di sentirne il ticchettio, che e’ come una firma sonora di gran classe su di un pezzo di meccanica costruito 150 anni fa.

Così ho deciso di fare quello che mio padre non aveva mai osato: ho portato a Terenzio, tra gli altri, anche quella preziosa macchina.
Dopo aver chiacchierato del più e del meno e avergli lasciato i miei orologi, siamo rimasti d’accordo che mi avrebbe chiamato appena si fosse fatto un idea della spesa a cui avrei dovuto fare buon viso, per riavere i segnatempo di mio padre nel pieno della loro efficienza.

La chiamata e’ arrivata, la cifra mi e’ sembrata giusta e ho dato il via all’esecuzione dei lavori.

Ieri, nel giorno della grande nevicata, ho ricevuto finalmente la chiamata che mi avvertiva di poter godere dei miei ticchettii di nuovo.
Questa mattina ho coperto ben bene mio figlio Francesco e me stesso ed in un paesaggio da urlo, interamente coperto di neve, ho camminato in mezzo a questa per i 400 metri che separano casa mia dalla villetta di Terenzio.
Francesco e’ stato accolto e trattenuto dalla moglie dell’orologiaio con lusinghe colorate e zuccherine, io e il padrone di casa siamo saliti nella stanzetta che utilizza come laboratorio : un vero e proprio museo della tecnica minuta, una officina attrezzata di tutto punto in 4 metri quadri, tanto che i visitatori devono chiacchierare sulla soglia della stanza con Terenzio che siede al suo banco da lavoro a circa un metro dal visitatore.
Per ogni orologio mi ha spiegato l’intervento che aveva dovuto eseguire, con pazienza e aiutandosi con una penna , per schematizzare il tutto in modo da poterlo far comprendere ad un profano quale io sono.

Conversazione durata molto a lungo, al tempo ho preso le misure tra parole e ticchettii, tra suonerie e rintocchi di pendole del 700, Alla fine Terenzio mi ha descritto i problemi del pezzo più bello spiegandomi con dovizia di disegni e parole, come li ha potuti risolvere.
Mi diceva di conoidi, di catenelle, che avevano sostituito i budelli di bue che ne costituivano i precursori, continuava accennando a ruote dentate, a meccanismi di fine corsa, che facevano da freno al ritorno della chiave , tra un giro di carica ed il successivo, mi parlava di come con l’aiuto di un suo amico orafo era riuscito a ricostruire , con lime e saldature , il gancio di fine corsa della catenella, e di come il conoide era stato costretto a rifare da sede a questa attraverso la rettifica di vari altri ingranaggi.

Poi però mi ha detto:”Questo orologio lo possedeva sicuramente un uomo che aveva una grande villa e forse non solo una, aveva poderi e gente che li lavoravano per lui, Quando ha comprato quell’orologio, lo ha fatto direttamente nella fabbrica che l’aveva costruito, ed una persona per qualche ora gli ha spiegato come doveva essere usato, come doveva essere caricato, cosa doveva essere fatto periodicamente, tra lubrificazioni e puliture e quali erano i movimenti da evitare. Tutto questo era necessario perché la macchina era uno straordinario equilibrio di fragilità estreme che, coese in quell’uno, realizzavano un gioiello straordinario che aveva la possibilità di sfidare i secoli, ma che poteva essere distrutto in modo irreparabile, semplicemente facendo compiere alla chiave di carica un giro nel senso opposto a quello previsto”.
“Adesso funziona: con un pennarello indelebile ho disegnato una freccia che ti indicherà il senso di carica; ci sono due chiavi, una per rimettere l’ora, inserendola nel fulcro tra le lancette, l’altra e’ la chiave di carica, devi aprire delicatamente la cassa nella parte posteriore e li c’e’ il foro dove devi inserirla ti consiglio di fare 6 , 7 giri non di più, non caricare mai al massimo, perché pur funzionando e’ molto meno tollerante di prima, verso l’errore umano, come spesso capita ai vecchi. Questa macchina aveva bisogno per funzionare dei tempi necessari alla sua complessità, era rapportata bene con la sua epoca, con il proprietario, che le dedicava , con calma e rispetto, il tempo che lei richiedeva per essere preparata all’uso quotidiano, con i gesti che il fabbricante, aveva raccomandato di usare e che il possidente si guardava bene dal non onorare.”

“Questo orologio, quando il primo proprietario e’ morto, ha continuato ad avere ancora epoche tolleranti verso i tempi che richiedeva, ma poi di generazione in generazione il tempo da dedicare a questo tipo di apparecchio si è ridotto, diventava un lusso anche estrarlo dal panciotto e guardare l’ora, riponendolo poi, di nuovo e con attenzione nel taschino apposito, dove non entrava in contatto con altri oggetti metallici , che potevano ferirlo.”
“L’orologio da polso, più veloce, non aveva più bisogno del rituale della carica, con la chiave, alla mattina. Con la coroncina laterale , questa cosa poteva essere fatta in corso d’opera e il tempo per poterlo consultare era più consono all’epoca tutta proiettata verso un futuro da raggiungere in fretta”.
“Un giorno, pochi anni prima di andare in pensione, un cliente mi portò un allora moderno cronografo a cristalli liquidi prodotto da una famosa marca giapponese, io avevo appena partecipato al corso per riparatori che quella marca aveva organizzato per quel tipo di orologio”.
“L’orologio aveva il display lampeggiante, segno inequivocabile che le batterie stavano per scaricarsi.”
“Ho sostituito la batteria, ma quello ha continuato a lampeggiare: avevo con me il numero diretto del responsabile assistenza che ci aveva fatto da docente nel corso, un giapponese che parlava uno stentato italiano”.
“Al telefono spiegai il problema ed il tipo senza esitazione mi disse che dovevo cambiare tutta la meccanica. Gli feci presente che si trattava di un semplice reset che non si riusciva a compiere per un banale guasto che poteva essere risolto se solo mi dava due indicazioni…. Ma quello, ormai con tono indisponente, mi disse che in quel caso , la casa madre come risolutiva aveva previsto solo l’opzione della sostituzione dell’intero meccanismo.”

Che i tempi dell’uomo siano fatti per riflettere ed esercitare la propria intelligenza e che il potere si ottiene privando la massa delle persone di questo tempo, e’ un concetto a me caro e che spesso ripeto a me stesso e nelle discussioni da salotto.

Ho deciso di raccontare a Terenzio un episodio: “Mio padre insieme a Orologi, pendole e misuratori meccanici, aveva in collezione una clessidra di cristallo, del seicento, molto grande, aveva un doppio telaio in legno, uno che conteneva le ampolle, l’altro che era il supporto su cui il primo, concluso il suo ciclo, poteva ruotare per iniziare da capo. La durata del ciclo, mi rammento, era di circa 3 ore”.
“Da piccolo ero affascinato dalla polvere che scivolava da un ampolla all’ altra e il mio osservare era accompagnato, lo ricordo bene, dall’odore della cera d’api con cui mio padre rinnovava la superficie del legno periodicamente.”
“Un giorno accadde l’irreparabile: mentre ci giocavo, urtai la clessidra e la feci cadere, mandando il sottile cristallo in mille pezzi.”
“Mi preparai ad una bella sculacciata, ad un rimprovero, consapevole di aver distrutto un oggetto di grande valore e che mio padre adorava, ma non andò così.”
“Mio padre era triste e mi rimprovero, si ‘, ma poi, prendendo tra le dita un pizzico di quella polvere che avevo visto scorrere centinaia di volte sotto vetro, mi mise sulle ginocchia e comincio a parlarmi”
“Vedi Fabio, e’ un dolore che le cose si rompano, ma e’ ancora più doloroso che lo facciano dopo essere diventate qualcosa di diverso da quello per cui erano state progettate.”
“Quella clessidra era un giocattolo ormai, nessuno la usava per misurare tempi che dovevano essere rispettati, nessun adulto gli dava più il giusto rispetto, rispetto dovuto ad uno strumento indispensabile nella vita e nel lavoro”
“Era un giocattolo, il tuo, e come tutti i giocattoli si e’ rotto nel tempo giusto, mentre ci giocavi.”

L’orologiaio mi ha sorriso ed era un bel sorriso, incorniciato da un paio di baffi e reso tecnicamente autorevole dal lentino montato sulla cornice dei suoi occhiali.
Ci siamo salutati, io ho preso per mano mio figlio e siamo tornati a casa, nel tempo che occorre per fare questa cosa, alla Domenica mattina, quando la neve rende splendide anche le cose banali.

Fabio Cappellini
Serravalle Pistoiese 20-Dicembre 2009
Vigilia della festa della luce

Ogni diritto di riproduzione anche parziale è riservato all’autore, per informazioni: cappellini.fabio@gmail.com  cell: 3293787110

17-21 dicembre 2009 (116)

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...